Tre poeti Nuovi e una situazione nuova

G. Diecidue, N. Scammacca, R. Certa

Come si possono inferire efficaci colpi di piccone alla Struttura e alle sovrastrutture, perché la poesia possa librarsi e caricarsi di nuovi valori – e di una sua intrinseca dignità – senza immiserirsi nella ripetizione e nel ricalco? Sono possibili altre strade, se si lascia la cosiddetta via maestra delle avanguardie formali?.

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Una deviazione, forse non contemplata nelle mappe ufficiali, è lo « scarto » dalla situazione sociologica, non allo scopo di eluderla, bensì di evidenziarla più netta, di separarla e circoscriverla in un compartimento, che tanto più appare in sé convulso ed informale, quanto più la poesia è serena ed olimpica. In tal senso, la poesia è un « hortus conclusus », oltre il quale è possibile intravedere il deserto per trasparenza, né sarebbe concepibile senza questa sua natura del limite: l’al- diquà e l’aldilà del punto di equilibrio instabile sono in relazione di « contiguità », non di « continuità ». L’oasi e il deserto, così contigui, beneficiano l’una dell’altro e viceversa. In tal modo è possibile assistere alla simbiosi, irrepetibile, fra una poesia d’amore, al limite della Valle del Belice, e la grezza oggettiva realtà subumana dei terremotati, in una situazione sociologica depressa da manuale. La « contiguità » non sdegna, in questo caso particolarissimo, ed anzi rende credibile, un ozio popolato di metafisica e di donne, un dato eterno della storia siciliana. Nessuno, meglio di Leonardo Sciascia, poteva presentare la coesistenza fra l’ostinato amore per la poesia e la realtà immobile della provincia. Due antinomie quasi ontologiche, nella storia della Sicilia, quasi saltate fuori dalle pagine d’un romanzo di Sciascia, quasi inventate dal paziente inquisitore di languori arcadici e di storture morali.

Il volume cui faccio riferimento, Una stagione d’amore, (Celebes, 1970), che porta appunto la prefazione di Sciascia, raccoglie tre sillogi di tre poeti della provincia di Trapani: Rolando Certa, Gianni Diecidue, Nat Scammacca. Si tratta qui di una poesia come « condizione », di chi, nell’ambiente siciliano, è in un rapporto stabile e continuo, o di chi, come nel caso di Scammacca, si trova nella situazione del ritorno all’isola dei padri, dopo molti anni di soggiorno negli Stati

Uniti. Sorta all’insegna della solidarietà e dell’amicizia, la raccolta non pretende uniformità di stile o di scuola, anzi afferma una varietà libera di forme ed intenzioni. Se di un simbolismo, più affine al modernismo che agli incunaboli, vi è traccia nella poesia di Certa, per l’osmosi continua di idee-analogie, ed espressionistica è la lirica di Diecidue, nella breve nota di Zagarrìo si rileva invece il maledettismo etico e linguistico di Scammacca.

Eppure, nonostante le diverse estrazioni, la base linguistica mi sembra comune nel tono, levitata com’è, da un’origine modemistica, a livello medio e sincretistico, scaltra ma innocente all’apparenza, quasi mai deformata da sperimentalismi, né adulterata da crisi semantiche. E tuttavia il tono, che può parere inattuale, insiste su un’energetica della parola più autorevole di quanto a prima vista non sembri.

In Rolando Certa vi sono ritmiche ascese, a guisa di climax («Primavera così tenue, così lieve, così cara / eppur tanto tiranna…»), ove l’abbandono a suggestioni sentimentali è corretto da un raro senso della misura e dalla rigorosa convinzione che tale effetto sia possibile solo a patto di non perder di vista l’oggettualità di un linguaggio, a mezza strada fra le esperienze del surrealismo e del simbolismo moderato, quasi a scalfire la realtà senza assumerne la grettezza. Gianni Diecidue, di cui, fra l’altro sono apprezzabili le tre bellissime liriche per Madeleine, ci porta vicino a un discorso più mosso e proteso verso i richiami di una metaforicità assoluta, senza allontanarsi tuttavia dalle inquiete acque di una passione cantata. Quanto a Scammacca, il passare dei giorni e degli amori, quasi visti nella trasognata abulia di un « campus », con risonanze vagamente psichedeliche, ridesta il gusto delle cose vissute, rileva valori fonetici e plastici, accompagnati ad un vitalismo prorompente, ma non narcisistico, disposto sempre ad un’apertura sociale, ma geloso della propria « qualità ».

Si realizza, nell’opera di questi tre poeti nuovi, una singolare koiné, linguistica e poetica, la cui esemplarità consiste proprio, attraverso la rigenerazione del linguaggio ordinario e letterario, nell’accennare ad una rinnovellata fiducia nelle possibilità della parola poetica, dopo tanto tritume e tanta arcadia, sia sperimen- talistica sia tecnologica, e nella conseguente resurrezione dei valori, rigenerati così da un confronto, da un rapporto, fra l’altro, di « contiguità » con la deludente situazione ambientale. È quasi superfluo ricordare – tanto più che da tempo la situazione qui accennata è esplosa in vivaci polemiche contro l’industria culturale ed editoriale, e Giuseppe Zagarrìo, fra gli altri, ne ha tratteggiato sulle pagine iel « Ponte » una dimensione profonda – che l’opera dei giovani poeti qui con- iderati non si è limitata a comporre serenamente degli opposti turbamenti in na scaltra poetica degli equilibri. Dalla pagina letteraria di « Trapani Nuova », rticolarmente, con appoggi e consensi che discretamente prudano ìll. .sintomi apatetici dell’area nazionale, in polemiche e cronache letterarie che si distinto per particolare vivacità, con sussulti esistenziali e sofferti, si propongono, riima di un Antigruppo, di «dare enfasi alla spontaneità»; e se «ovviamente scrittore è libero da uno stile, si esprimerà come si esprime ogni giorno e a i suoi scritti saranno anti-intellettualistici e comprensibili all’uomo comune ». a sé che Certa, Diecidue e Scammacca, pur protagonisti di tale ribellione poetica, .ono i soli, ma sono coadiuvati, in tale interessante esperienza, da altri validi.

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