Il poeta che subì 22 processi politici

UN ANNO FA MORIVA SANTO CALI

Dopo Domenico Tempio resta, nella poesia in vernacolo, forse la voce più alta che la Sicilia abbia espresso — « La notti longa », il suo libro postumo, una testimonianza inestimabile

Era il 1965. Si tenne in quel- l’anno a Caltagirone un premio nazionale di poesia per una lirica d’ispirazione francescana in vernacolo siciliano, « Il Chiostro d’oro », che traeva nome dal Centro di Cultura animato da Celestino Gianforti. Mi trovai a fianco in giuria, oltre a Gianforti, Giorgio Piccitto (che presiedeva), Vincenzo Alba (allora sindaco della città calatina), Giuseppe Chiarandà, Casimiro Nicolosi, Irene Reitano Mauceri, Mario Gori, Salvatore Pace e Fiore Torrisi. Vinse di prestigio, su un’ottantina di autori, Santo Cali, per « Frati Gilormu » che si era distinto — dicemmo nella relazione — «per l’originalità della formula compositiva, per profondità e complessità d’ispirazione, per la sua coerenza stilistica, per la ricchezza e felicità di immagini, e per la robustezza e il visore espressivo che lo caratterizzano».

Nei venticinque anni di lavoro letterario che m’han visto tessere l’Italia da giudice o da giudicato, quell’iniziativa mi è viva nel ricordo come poche. Oltre che per gli acquisti di amicizie insostituibili che mi avrebbe recato, per quanto oggi, scorato, “debbo riscontrare di una fatalità impressionante: a Gori rimanevano appena cinque anni di vita; sette a Piccitto. alla Reitano Mauceri e a Cali.

Di quest’ultimo come poeta sapevo poco. Ma certo ero stato colpito dal piglio, destro, di quei versi, dall’architettura composita di quei sette « misteri », dal loro pretesto etico-sociale.

D’altronde il suo primo testo in dialetto risaliva a circa un ventennio fa, mentre era apparso un gran numero di libri e opuscoli in lingua (saggi di critica d’arte e letteraria, studi storici e di folklore etneo, disamine filologiche, persino prove di teatro). Ma il raggio di diffusione di tali scritti, spesso ristretto all’area catanese. ne aveva limitato sino ad allora una diramazione più estesa.

Eppure in quella lunga fatica c’erano già tutte le anticipazioni e sii approdi di una ricerca minuta e inesausta. di una introspezione, di uno strenuo impegno civile, di una latitudine di interessi culturali talmente penetrante e appassionata, da aver creato i presupposti per un contributo ineguagliabile alla nozione della storia patria, sia di Linguaglossa che della sua provincia; da giustificare la previsione di una sicura durevolezza di quel travaglio. Né mancavano dati in genere isolani.

Da « I.o scherzo di Perlone Zipoli nella scapigliatura fiorentina del ‘600 » (1954) a « T.inguaglossa e la sua pineta » (1956), da « Sviluppo del centro abitato di Linguaglossa » (1959) a « Convegno di artisti e artigiani nelle chiese di Linguaglossa » (1959), da « Il mio paese » (1959) a « Folklore etneo, Canti d’amore » (1959), da «Le storie della zia Mara » (1963) alle ulteriori tappe di « Custodie francescano – cappuccine in Sicilia » (19o7), « Frate Feliciano da Messina, il Raffaello dei Cappuccini » (1968), «I quattro Conventi Cappuccini di Catania» (1968), «Saraceni di Sicilia» (1971), il materiale disponibile è di una mole rilevante.

Ma non basta. Nel ’59 era inoltre uscito « Le strade aspettano un nome », un meticoloso trattato di toponomastica linguaglossese che Carlo Levi, nella prefazione, considera « un libro rivo _ e moderno di storia locale, ricchissimo di dati, di notizie, di memorie legate dal filo dei nomi: dove una prospettiva di nomi si sovrappone e si intreccia a quella tempo reale e si tenta, per così dire, una gerarchia dei ricordi, cercando di conservare e di salvare il momento poetico, ormai cristallizzato, del toponoma popolare ».

Così che non è parsa dilazionabile l’istituzione di un centro studi intitolato a Santo Cali, che darà modo di ordinare, di approfondire e di sviluppare gli esiti ditanta indagine, pagata col sangue. Perché, se non si sapesse, il prezzo di un simile sforzo, durato fino all’ultimo giorno della sua esistenza, Cali lo ha scontato con lo schianto fisico del suo cuore, collassato dalla insonnia quotidiana e dal logorio della sua implacabile sete intellettuale.

Quelle che ho fatto, in fondo, non sono che alcune citazioni. Nell’insieme, non considerando la massa di articoli e di note varie apparsi in quotidiani e rassegne di ogni specializzazione e indirizzo, le presentazioni in catalogo o in sillogi di pittori, artisti e versificatori catanesi, di cui (anche dei più o- scuri) volle amorevolmente sostenere i conati ed accompagnare i raggiungimenti, le pubblicazioni in volume di Cali assommano a circa una cinquantina.

In lingua, con il resto, erano state stampate nel ’63 le « Favole di Fedro o quasi » in un gustoso rifacimento in proprio che le fa lèggere — dice Leonardo Sciascia — « con vivo interesse e piacere. con divertimento ».

C’è ancora la produzione destinata alla scuola ed esplicata in misura esemplare in raccolte come « Giacinti per il tuo spirito» (1966); «Elegia latina » (in collaborazione con Mario Leotta).« Vertere tamquam ludere »

santocSanto Cali in una scultura di Guglielmo Volpe.

La Edigraf entrambe nel ’70. La prima è una inchiesta sulla poesia dei giovani, di cui Quasimodo consigliò in « Tempo » illustrato la lettura, osservando: « Si deve tener presente che si tratta di ragazzi siciliani, di Giarre e di Riposto, di una terra chiusa e ferma nei pregiudizi feudali. E allora ancora più degna di nota è questo studio dei sentimenti: viene alla luce l’antico urto tra genitori e figli, tra società e adolescenza, tra luoghi comuni, retorica, convenzionalismo e idee spontanee… Intanto il periodo migliore della vita, quello in cui la morte è desiderata perché lontana e in cui l’amore è vicino alla verità, quei giovani

  1. 10 trascorrono a conoscersi e a nascondere ai genitori la loro attività più torbida: quella dello scrivere versi. Battono sul foglio le loro cronache in francese o in inglese, perfino in latino, per non essere scoperti dal nemico ».

In « Vertere tamquam ludere », una originale scelta di versioni da e in latino per

  1. 11 ginnasio superiore e i primi due anni del liceo scientifico e dell’istituto magistrale, accanto ai brani di classici noti da millenni, si troveranno arditamente accostate massime di un Martin Lutero, di un Bertrand Russell, di un Ernest Hemingway, di un Bertold Brecht.

Al « Chiostro d’oro » sarebbe seguita per Cali una serie di premi e di riconoscimenti per composizioni in vernacolo che dai ’65 in poi avrebbero offerto attestati continui del fuoco creativo, della estrosità geniale, della vena feconda di un poeta che, dopo Domenico Tempio, è in questo genere d’arte forse la voce più alta che la terra et- (testo non leggibile)““nevato.

Pochi scrittori cristiani hanno raggiunto il fervore religioso e coltivato il puntuale interesse per la tradizione francescana di quest’ uomo di sinistra, di questo rivoluzionario della pace che ha sospinto il suo ardimento ideologico ai limiti della purezza utopistica. I suoi esemplari umani buoni sembrerebbero elevati, nel loro silenzioso o clamoroso martirio, fin quasi alla mitizzazione, se a ricondurli alla loro sfera di umile eroismo di creature pazienti e pervicaci non provvedesse subito la scaltrita equilibratura, l’intelligenza scatenata e vigile insieme dell’autore.

Artista dalla personalità sconcertante, Cali identifica l’emblema del poeta per antonomasia. Contraddittorio e coerente, blasfemo e mistico, apparentemente compiaciuto della scabrosità verbale e capace della levità espressiva più delicata e pudica, veramente e dolce, intaglia nel frammento la sua essenziale stringatezza semantica e concettuale, come può sfrenarsi nella felice libertà del poema a grande respiro, dove l’immagine talora attinge il fantasmagorico, lo sprazzo pirotecnico, la pregnanza barocca, il ritrovato prezioso e il languore sentimentale, nel momento stesso in cui germina la rigorosa struttura e concentrazione lessicale che presiede alia nascita di una vicenda indimenticabile, di una figura immortale. Amico per la pelle, sbriglia una mordacità venefica verso chiunque dal quale si senta giudicato fatuamente o con scarsa cognizione di causa.

Esce impregiudicato da ventidue processi per imputazioni di natura politica; vicissitudini di tal fatta, mentre lo induriscono ulteriormente contro l’iniquità di certo abuso del potere, gli attraggono nuovi estimatori.

Così che fa di Linguaglossa un’isola nell’Isola. Là ho visto attuato, incredibilmente, l’ideale di una vita comunitaria che, nell’esempio solidale di Santo Cali, conosce la vera grazia dell’aiuto reciproco,, dell’offerta all’altro di tutto ciò di cui ciascuno dispone, la casa aperta senz’ombra di precauzione o di diffidenza.

Ero andato da Natalia Cali tentando un mio conforto discreto: è lei che m’ha rincuorato, con la fortezza spartana delle donne superiori, degne compagne dei grandi, le quali, non credenti per altro verso, credono nella sopravvivenza dei valori intramontabili del pensiero. Ella sa, quanto noi, che Santo va verso l’imperituro. E continua a lottare per il suo nome.

Intanto nello studio di via Pirandello, accosto al tavolo su cui tra mucchi di carte sta la macchina da scrivere come il poeta la lasciò la volta dell’addio, sono accatastate per metà della stanza le copie di « La notti longa ». E’ l’ultimo libro di Santo Cali, quello sul quale si macerò negli ultimi armi, vegliando senza posa tra le macchine della Edigraf di Di Maria.

Per tutta ironia non doveva vivere a vederlo pubblicato.

Vi è il primo nucleo dei suoi poemi più famosi. Lì sono evocati Agata Azzurra, Josephine, Rocca Ceravola, Francesco Bacongo, Don Ciccio Lupo, Mastro Venero il Guercio, Concetto Tambone, Giuseppello Scarlata (Frate Girolamo), Sorella Angelica Reganati, Pietro Bencivinni, la Baronessa di San Carlo, Francesca Raiti alias Pantorna, i fattori, i campieri, i braccianti: specchio di una società ch’è di ieri come lo è ancora di oggi o lo sarà domani, nella sua magnanimità e nel suo tornaconto cinico, nella sua pulizia morale e nella sua degradazione, nella sua innocente credulità e nel suo calcolo subdolo, nella sua sublimità e nella sua abiezione.

E lì siamo tutti gli introduttori e i traduttori che Santo chiamò a raccolta con l’umiltà perentoria cui non si poteva resistere: da Leonardo R. Patané (che presenta il florilegio con scrupoloso scandaglio) a Vito Cavaretta, da Antonio Corsaro ad Antonino Cremona, a Mario dell’Arco, Vincenzo Di Maria, Franco Di Marco, Emanuele Gagliano, Massimo Grillandi, Nat Scammacca, Leonardo Sciascia, Fiore Torrisi. Giacinto Torrisi, Alfonso Zaccaria, Giuseppe Zagarrio.

Un’opera complessa che ripropone una poesia attraverso cui passano, per tramutarsi in creazione autonoma e personalissima, gran parte delle esperienze letterarie europee di questo e dei secoli andati, divenendo linguaggio nuovo, squisitamente moderno, in un siciliano riscattato alla sua originaria autorità di parlata nazionale.

Santo Marino, che aveva arricchito di suoi disegni « Antigruppo 73 », la penultima, ponderosa fatica di Cali (una realizzazione unica, condotta in cooperativa tra gli autori inclusi in questa discussa antologia di poeti siciliani), illustra copiosamente « La notti longa », spendendovi tutto il fermento della sua invenzione figurativa e della sua interpretazione fantastica.

EMANUELE MANDARA’

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