POESIA:Monopolio e crisi dell’avanguardia di GIUSEPPE ADDAMO

Monopolio e crisi dell’avanguardia di GIUSEPPE ADDAMO

Si afferma che la poesia, oggi, si dibatte in una crisi dal doppio aspetto: uno, interno alle sue ragioni, che ne riguarda la condizione (la capacità) tecnico linguistica; e un altro riferibile alla situazione della poesia, cioè la “sfiducia” nella sua possibilità di porsi, in quanto poesia, come arte; di costituire dei rapporti. Ora, anziché l’elemento soggettivo (e variabile per intensità e nel tempo) della “sfiducia” del la poesia in se stessa (nell’essere, in quanto poesia, arte) mi pare che più correttamente si debba puntualizzare un dato più oggettivo; il rischio, corso consapevolmente dai poeti (e sul quale in ogni caso, anche se solo e necessariamente a posteriori, sui risultati, è formulabile un giudizio.) di erodere al massimo il margine residuo in cui si arrocca ciò che si indica ancora per poesia; la scommessa, insomma, su una capacità di resistenza dell’arte, se intesa come lucida assunzione di coscienza che diventi oggetto di scrittura.

Questa crisi comporta una sempre crescente fruizione di terminologie e la strumentalizzazione di con- tenuti ininterrottamente mutuati dalla realtà, ergo da (tutte” le tecniche che si propongono di fare della realtà, cultura. La constatazione di una usura del I linguaggio, ad opera dei [ mass-media, l’influenza (ilj fascino, la moda) delle let- j terature straniere (ultima-; mente anglosassoni), l’introduzione di problemati- j che e di contenuti nuovi, le determinazioni psicologiche e le pre-determinazio- ni ideologiche, appaiono in- ! tersecazioni necessarie, un prendere atto della realtà: per trarne conseguente- ‘ mente (mediandole in mo- ! do autonomo) ipotesi e strumenti di lavoro nell’intento di produrre ( 1°) poesia, cioè un mezzo di comunicazione non portatore di significati, ma. per la sua “specificità”, significante di per sé. Perciò se la crisi è il momento del ripudio, senza alcuna garanzia di nuove certezze, di un ubi consistam, essa non è un periodo latente, bensì la condizione permanente, ontologica della poesia. NOTA (1°) Se in questa funzione del produrre, la poesia istituisca rapporti (e quali, e a quali livelli della sovrastruttura) con le forze produttive e il loro sviluppo, è un capitolo tutto da scrivere, una frontiera solo appena e di recente sfiora ta criticamente, nell’incontro promosso a Cluny da la Nouvelle Critique, sul tema ”Letteratura e ideologie”.

E il succedersi di tentativi, di scuola, di gruppi, di mode non investe nè risolve tutta la problematica dei rapporti fra arte e realtà, fra poesia e ideologia, ma ne costituisce solo la parte episodica più appariscente senza mai esaurirla. Come 1’ “Avanguardia” non è stata mai la destinataria carismatica di tutta la poesia post-ermetica, anche se parve volerne assumere la guida e il monopolio, così la crisi dell’ “Avanguardia” (non 1’ “isterilimento’ – del resto non scontato del tutto, nè definitivamente – “delle potenzialità sia creative che critiche”, ma la sua, più propriamente, fagocitazione da parte del sistema che s’illudeva di contestare, non coinvolge tutta la poesia, dato che questa si muove sempre fra esperienza e esperimento. La Avanguardia per contestare il sistema (neocapitalistico, tecnologico) ne ha investito il linguaggio, individuandovi una (e non la più insignificante) manifestazione del suo potere, in quanto la caratteristica di quel linguaggio consiste non nell’essere uno strumento di decodificazione, e quindi di modificazione, della realtà, ma nel suo contrario, cioè nell’essere mezzo di contrabbando di messaggi menzogneri e .con sumistici. Con ciò, a livello operativo. 1’ “Avanguardia”, esasperando la dicotomia fra significante e significato, esplicitando la contradditorietà effettuale del linguaggio egemonico, ne ha rivelato (se mai ce ne fosse stato bisogno, ma con la maggiore forza di scandalo, propria della poesia cui il dissenso era affidato) la funzione alienante: perchè il linguaggio, in quanto portatore di valori, è consegnato alla mercificazione appena immesso al consumo, per il fatto di es sere usato. E per sottrarlo a tale destino, 1’ “Avan guardia” ha pensato di e viralo dei significati e l’ha reso non comunicante affinchè non ribadisse i valori che si contestavano. Praticamente ne ha fatto un gioco (spesso gratuito e sempre, purtroppo, non del tutto inoffensivo se finiva col mediare “valori” ben noti, i soliti; se l’anti- merce non risultava disponibile alla scelta, non si sottraeva alle leggi di mercato, ma tornava ad essere merce rientrando nel circuito di scambio) dimostrando anche, però, col “rischio” del proprio suicidio (“negare negandosi”), il tradimento della verità, possibile ed eventualmente consumabile anche con lo ‘inganno” di una poesia facilmente recuperabile dal sistema e in effetti da questo integrata per il semplice fatto che si è mostrata, almeno come mezzo demistificante, inoffensiva. L’operazione non è stata dunque condotta impunemente e perchè rivolta solo ai mezzi di comunicazione e non anche ai contenuti e perchè è stata riassorbita dal sistema e si è risolta in un alibi perlomeno inutile, in una fuga dalla realtà e dalle motivazioni più profonde e dalle esigenze più pregnanti della contestazione, secondo le quali lo scrittore è responsabile non solo della scelta del linguaggio, ma anche dei contenuti, dei significati (o della loro mancanza – ”la comunicazione negativa e negatrice”) che vuole proporre .esprimere con quel linguaggio.

Restituire un carico di significati alla poesia, senza tentazioni consolatorie e senza velleità apocalittiche o pretese di compensazione anche, allora vuol dire proporsi una poesia come lavoro responsabile che tragga ragioni di validità dalle scelte, cioè non solo dal costituirsi del suo “specifico” linguaggio ma dall’aderenza di questo alle tendenze storiche della struttura con la quale si dialettizza. Nella dicotomia fra tecnologia e umanesimo, in cui si frantuma artificiosamente il mondo, frastagliandolo in una diaspora di specializzazioni che pretendono alla assolutezza e che, espunte dal più complesso contesto umano (socio-economico-1 culturale), e in ciò astratte, ‘ finiscono col perdersi nella loro “distinzione” (dato che si giunge a confondere la prima col massimo di razionalità e a svilire il secondo – l’umanesimo – in una accezione di irrazionalità al limite : di inutilità ; sicché “l’arte, nella’ società capitalistica, è costretta a giustificarsi”) il problema che si pone è non j quello d’inseguire il mito [ dell’efficienza pratica, immediata, generica (che contrabbanda solo delle “distrazioni” consumistiche, o mima velleità e tentazioni di ben altre evasioni, in quanto epifania di una frustrazione e coscienza di una mutilazione – 1’ “essere a una dimensione” – che generano impazienze e spesso pretese di compensazioni anche immediatamente politiche, se è vero che è quell’ “efficienza” che consente lo sfruttamento, prima che lo sviluppo, delle forze produttive) ma di restituire l’uomo alla molteplicità delle sue dimensioni, salvaguardandone la dialettica perchè possano effettivamente esprimerlo nella sua completezza e libertà. In questa prospettiva la poesia gioca le sue chan- j ces di sopravvivenza sul sistema di comunicazione che essa instaura; quindi sul mezzo di conoscenza che può costituire e dare; sulle sue possibilità e capacità di concorrere, per la sua parte e nei suoi modi, a una rilettura costante del mondo, a una sua interpretazione; in ultima istanza, a una sua modificazione.

2 thoughts on “POESIA:Monopolio e crisi dell’avanguardia di GIUSEPPE ADDAMO

  1. Sono una cara e vecchia amica di Giuseppe Addamo del quale ho perso ogni contatto.
    Mi piacerebbe tanto avere sue notizie per rivivere insieme la nostra bella amicizia.
    Mi chiamo Pina Natale chi scrivi è sua sorella Enza di cui l’indirizzo mail.
    Grazie infinite

    1. Purtroppo non saprei prorio. Io sono la figlia di Nat e le notizie mi arrivano tramite Nicolo’ D’Alessandro

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